Per un 8 Marzo di Lotta!

Vatical8marzo2016ia 2016: nelle librerie Costanza Miriano con “Sposati e sii sottomessa”; nelle urne Adinolfi con il suo partito omofobo e veteropatriarcale; al Viminale (naturale o gasato?) Angelino “contronatura” Alfano; negli ospedali medici carrieristi e/o bigotti, ma comunque indegni, a spingere donne che cercano di autodeterminarsi secondo la legge nella clandestinità, dove al danno gravissimo si aggiunge la beffa di una multa che punisce la vittima; ovunque papi, vescovi e preti (tutti rigorosamente maschi) ad ordinare a tutt* cosa pensare e cosa fare dei propri corpi.

C’è poco da festeggiare: donne e uomini del Circolo UAAR di Palermo scelgono invece di unirsi al corteo cittadino PER UN 8 MARZO DI LOTTA, alle 16.30 a piazza Verdi (teatro Massimo).

Documento politico della manifestazione

Dal 1911 l’otto marzo è la giornata internazionale della donna. Ci pare importante, l’otto marzo, come gli altri giorni dell’anno, recuperare la memoria delle battaglie che nell’ultimo secolo hanno scritto la nostra storia. Alla memoria, siamo convinte, vada affiancata la tensione alla lotta contro un sistema che, promuovendo maschilismo e omofobia, cerca di far leva sulle differenze non solo di classe, ma anche di genere, per imporre il proprio potere e accumulare capitale.

8 marzo 2016

Lo scorso anno il nostro 8 marzo è stato caratterizzato da una grande manifestazione contro la militarizzazione e per l’autodeterminazione dei territori. Siamo scese in piazza contro il grande mostro militare americano, il Muos. In quella giornata abbiamo attraversato le campagne niscemesi fino a tagliare le reti che circondano e proteggono il mostro della guerra e della devastazione di quel territorio. Un corteo di uomini e donne, che da anni portano avanti una battaglia quotidiana per l’autodeterminazione, la difesa del territorio in cui vivono e della salute della comunità che lo abita. Un otto marzo che nasce dalle lotte e che in quell’occasione è tornato ad essere patrimonio delle lotte.

Dal 1911 ad oggi molte sono state le conquiste, dalla legge sul divorzio del 1970 alla legge sul diritto all’aborto del 1978, ma non possiamo abbassare la guardia, non possiamo accontentarci, lo scenario di lotta non è chiuso e i diritti conquistati vanno difesi tutti i giorni dall’attacco sfrenato della società capitalista in cui viviamo; un esempio su tutti è il continuo attacco alla legge 194, che dovrebbe garantire il diritto all’aborto delle donne che però, prevedendo lo strumento dell’obiezione di coscienza, nella pratica neutralizza completamente la capacità di autodeterminazione delle donne. Le percentuali di “obiezione di coscienza” sono altissime (in Sicilia arrivano a circa l’87% nel 2015) e così il mercato degli aborti clandestini, a cui si rivolgono sempre di più le donne colpite dalla crisi che non possono permettersi un viaggio all’estero, torna a fare affari milionari sui nostri corpi.
La lotta per l’autodeterminazione delle donne allora non è solo storia ma è presente, qui e adesso! E’ necessario riappropriarci della nostra capacità di autodifesa e di contrattacco spezzando ogni meccanismo di delega.
Il decreto legge del 2015 contro la violenza sulle donne risolve il problema con l’attribuzione di un valore educativo alla cosiddetta società civile. La dimensione educativa della società civile assume un carattere paradossale e ideologico poiché le istituzioni della società civile, in primis la famiglia, deputate all’educazione sono forme materialmente determinate e intrise dei modelli della società capitalista. Il potere che educa è quello che le donne sanno costruire nell’imminenza delle pratiche politiche, non è un potere di rappresentanza e non si delega. Non è un’elemosina alla debolezza, non deve essere una richiesta di protezione e sicurezza. Gli uomini educati al rispetto delle donne sono quelli che lottano insieme a noi, non quelli che ci proteggono.
Ogni giorno ci troviamo davanti a pubblicità sessiste che propongono modelli storpiati di corpi di donna, usati come oggetti sessuali o a diffusioni virali di campagne su social network come quella milanese#escile, di qualche mese fa, con la quale le studentesse promuovevano la loro università; ci sarebbe pure da chiedersi come sia possibile pensare di usare il proprio corpo per pubblicizzare un’istituzione, l’università, che oggi è la quintessenza della precarietà, un posto svuotato del valore formativo che dovrebbe avere, poco accessibile, simbolo ormai di disuguaglianza sociale del tutto estraneo alla produzione di un pensiero critico.
Il sistema capitalista usa violenze di genere ogni giorno e con ogni mezzo. Di poche settimane fa è la propaganda pregna di omofobia del Family Day che rilancia l’idea di famiglia “perfetta” che ruota attorno alla donna, moglie e madre perfetta, angelo del focolare. O andando ancora indietro si arriva al capodanno tedesco e ai fatti di Colonia strumentalizzati dal mainstream in chiave razzista: violenze sessuali di massa su una decina di donne da parte di centinaia, a detta dei media, di arabi e di ubriachi. Ancora una volta è facile addossare all’immigrato il ruolo di violento, rappresentando il sessismo come appannaggio esclusivo di chi non è educato alla “civiltà occidentale”.
L’esperienza delle donne curde ci dice invece che l’alternativa al modello di società capitalista può esistere e quello è il modello a cui dobbiamo guardare. Le donne curde hanno contribuito ad una proposta di liberazione delle donne, rompendo il tabù della militanza femminile, recuperando il concetto di legittima difesa, dissociandosi dal monopolio del potere da parte dello Stato, combattendo una forza brutale non per conto di forze imperialiste, ma al fine di stabilire i propri termini di liberazione dalle organizzazioni statali o fasciste. Una lotta che ha creato spirito di libertà e voglia di resistenza non solo a livello militare ma anche nella coscienza sociale.
Recuperare il valore della giornata dell’otto marzo significa impedire che venga strumentalizzata e messa a valore da e per il capitale. Esempio ne è stata la scelta, qualche anno fa, di una nota marca di abbigliamento spagnola che utilizzò lo slogan Yo Decido, la campagna lanciata dalle donne spagnole contro la legge antiabortista del governo Rajoy, tramutandolo in Tu Decides per vendere un prodotto sfruttando una questione politica tra le più delicate della Spagna degli ultimi decenni. Usare questo slogan per vendere è come usare un occhio nero a scopo di marketing. Dobbiamo lottare contro il tentativo di trasformare le battaglie delle donne in un fenomeno pubblicitario, utile solo ad alimentare politiche securitarie, razziste e omofobe.
Il teatrino che in queste settimane si sta svolgendo intorno al ddl Cirinnà è l’ennesima partita al ribasso che si gioca sulla nostra pelle. Non ci rappresenta chi elemosina diritti e si accontenta delle briciole e per questo continueremo a pretendere tutto ciò che ci spetta a partire dalle piazze.
Recuperare la memoria e determinare il presente
Invitiamo tutte e tutti ad una manifestazione l’8 marzo a Palermo
ore 17:00 – Piazza Verdi
Ci volete vittime, ci avrete ribelli!

Collettivo Anillo de Fuego
Coordinamento antiviolenza 21 luglio
Arcigay Palermo
UDI Palermo
Laboratorio Zen Insieme
Circolo Arci Nzocchè
Circolo UAAR di Palermo
Associazione LAB.ZEN 2 Onlus
UDU Palermo
Coordinamento Palermo Pride
Malaussène Circolo Arci
Pirati Pastafariani Palermitani